La lady di ferro
Un anno fa, con We want sex di Nigel Cole, il cinema britannico ci portò negli anni della Swinging London, raccontandoci lo storico sciopero del 1968 dichiarato dalle 187 operaie dello stabilimento Ford di Dagenham per ottenere la parità salariale rispetto ai colleghi maschi. Quello sciopero si concluse vittoriosamente grazie anche alla determinazione dell’allora ministro laburista Barbara Castle che, due anni più tardi, avrebbe imposto l’Equality Pay Act su tutto il territorio britannico. Dopo la «rossa» Barbara Castle, quest’anno è il turno di un altro gigante in gonnella della politica inglese, anche se di tutt’altro orientamento politico. The Iron Lady di Phyllida Lloyd, infatti, è dedicato a Margaret Thatcher, prima donna capo di governo dell’Occidente rimasta saldamente alla guida del Regno Unito dal 1979 al 1990. Già omaggiata ironicamente da Grazie signora Thatcher (1996) per aver stroncato nel 1985 lo sciopero dei minatori, la «lady di ferro» fu una delle principali protagoniste della rivoluzione neoliberista in cui siamo ancora immersi e, insieme a Ronald Reagan (presidente degli Stati Uniti dal gennaio 1981 al gennaio 1989) impose in tutte le economie avanzate un ragionamento tanto semplice quanto brutale: se è il governo a regolare l’offerta della domanda, diventa possibile sia impedire ai datori di lavoro (per mancanza di moneta) di pagare gli aumenti richiesti, sia spingere fuori mercato i lavoratori con un potere contrattuale tale da imporre comunque tali aumenti.
Se in We Want sex la lady di ferro laburista era impersonata da Miranda Richardson (l’indimenticabile entraîneuse di Ballando con uno sconosciuto), in The Iron Lady ha le fattezze di Meryl Streep, l’interprete di tante forti personalità femminili in film come Kramer contro Kramer, La scelta di Sophie, La mia Africa, Silkwood, She-Devil, La morte ti fa bella, The Manchurian Candidate, Radio America. Di fronte a un’attrice del genere, il critico di «il Manifesto» Roberto Silvestri non ha potuto fare a meno di commentare sconsolato che il film «regala occhi umani – di Meryl Streep, poi – a chi possedeva solo lo sguardo crudele dello squalo». Analoga cosa devono aver pensato nelle regioni carbonifere britanniche, dove The Iron Lady è stato duramente boicottato con l’accusa, appunto, di attribuire umanità a chi «non ha avuto nessuna compassione per le famiglie o le persone in difficoltà o con problemi di salute». Tuttavia, come spiega la stessa Streep, ciò che l’ha affascinata nel personaggio della lady di ferro è stata la possibilità di «osservare una persona, casualmente donna, che tenta di risolvere enormi problemi di portata mondiale in un modo del tutto inedito per una donna».
E non va dimenticato che, accanto a Meryl Streep, c’è un’altra donna di ferro dietro il progetto The Iron Lady: si tratta della sceneggiatrice Abi Morgan, già nota come l’implacabile autrice dello script dello «scandaloso» Shame. Come racconta Phyllida Lloyd, infatti, la Morgan ha fatto del biopic sulla Thatcher «un film quasi shakespeariano: la storia di quello che accadrà a tutti noi quando le nostre carriere si concluderanno, quando perderemo le nostre capacità e dovremo affrontare la vecchiaia».
Roberto Filancia
